I Did Something Bad
Era il giorno di capodanno, la notte di capodanno, quella notte in cui tutti lanciano all'universo propositi e promesse che non manterranno mai. Quella notte in cui tutti sognano una vita migliore che sanno già non avranno davvero. Ma io desideravo un solo giorno migliore e sapevo che avrei dovuto essere io a fare il primo passo.
Scesi la scala lentamente, sentendomi una di quelle dive dei film che attirano gli sguardi. Gli sguardi non erano su di me, ognuno era impegnato a divertirsi, fingendo di vivere la migliore serata dell'anno.
Scesi la scala lentamente, sentendomi una di quelle dive dei film che attirano gli sguardi. Gli sguardi non erano su di me, ognuno era impegnato a divertirsi, fingendo di vivere la migliore serata dell'anno.
Il mio vestito scintillava sotto le luci del locale. Un vestito viola, il mio colore, aderente, in grado di mettere in risalto le forme dei fianchi del mio corpo formoso ma dal seno piccolo, che non aveva bisogno di essere fasciato da un reggiseno. Le spalle scoperte piene di brillantini argento. Sicuramente non una scelta casuale quel vestito. Non volevo attirare lo sguardo di tutti, solo il suo. Lui che mi aveva già notata in ufficio, con i soliti jeans e le solite magliette troppo larghe, con le occhiaie e i calzini colorati.
E i nostri sguardi che parlavano senza il bisogno di parole, che urlavano di desiderio. Entrambi troppo timidi o spaventati per assecondare quella passione che provavamo reciprocamente. Qualcuno prima o poi avrebbe dovuto compiere quell'atto di coraggio che avrebbe potuto essere la fine dei giochi o l'inizio di una bella storia.
I suoi occhi marroni mi stavano guardando, in mezzo a tutta quella gente, lucidi. Mi aveva aspettata, cercata e ora mi aveva trovata. Seguiva ogni mio passo e non mi aveva lasciato nemmeno un secondo da quando ero entrata.
E i nostri sguardi che parlavano senza il bisogno di parole, che urlavano di desiderio. Entrambi troppo timidi o spaventati per assecondare quella passione che provavamo reciprocamente. Qualcuno prima o poi avrebbe dovuto compiere quell'atto di coraggio che avrebbe potuto essere la fine dei giochi o l'inizio di una bella storia.
I suoi occhi marroni mi stavano guardando, in mezzo a tutta quella gente, lucidi. Mi aveva aspettata, cercata e ora mi aveva trovata. Seguiva ogni mio passo e non mi aveva lasciato nemmeno un secondo da quando ero entrata.
I suoi capelli legati all'indietro. Avevo sempre trovato attraenti i ragazzi dai capelli lunghi.
Mi avvicinai lentamente, mantenendo il mio sguardo fisso nel suo. E come in un film eravamo rimasti solo noi, la stanza piena che si annullava ad ogni battito di ciglia.
E poi come la più abile delle cacciatrici mi voltai, lentamente. Non doveva averla vinta. Era un gioco e se così doveva andare, bisognava continuare a giocare, solo che le regole le avrei decise solamente io.
Cominciai a ballare da sola, avevo smesso di guardarlo anche se sapevo che ogni movimento era controllato da lui e che quella mossa lo stava facendo impazzire. Lo conoscevo fin troppo bene e sapevo che se non poteva ottenere qualcosa, per lui diventava una sfida.
E in quel momento il mio sfuggire fisicamente a lui non faceva altro che aumentare il suo desiderio. Ma io avevo lanciato i dadi e ora toccava a lui muovere le pedine.
Le sue mani si appoggiarono delicate sui miei fianchi. Il mento appoggiato sulla mia spalla, i nostri corpi cominciarono a danzare in un unico ritmo. Spostai i capelli su una spalla in modo da mostrare il mio collo.
Non mi ero mai sentita così inibita soprattutto con un ragazzo, ma era lui che volevo e l'avevo desiderato così tanto.
Mi voltai e finalmente lo guardai in volto. Sorrisi appena perché il suo sguardo era esattamente come lo avevo immaginato.
Appoggiai le braccia sulle sue spalle, come se stessimo ballando un lento a ritmo di una musica che batteva forte. I nostri corpi così vicini sapevano benissimo in che direzione andare. Sembrava che non aspettassero altro che quel momento e quel contatto e ogni tocco erano scintille che mandavano colore alla pelle del mio viso e battiti al mio cuore.
Prese una mia mano, la portò alle labbra, la baciò e incrociò le dita alle sue, con lentezza, quasi volesse sfiorare ogni piega e ogni polpastrello. I suoi anelli si scontrarono con i miei in un'alternanza perfetta di metallo maschile e femminile. Avevo sempre trovato gli anelli così sensuali soprattutto nei ragazzi. Davano un tocco di mistero e fascino.
Continuammo a danzare, così, con le nostre mani unite, i corpi che si sfioravano e si infiammavano, la pelle che sudava, il cervello sconnesso, confuso da non capirci più nulla, forse per il rumore della musica o per quelle sensazioni che mi stava facendo provare. L'avevo immaginato milioni di volte ad ogni suo sguardo sopra lo schermo del computer, ad ogni caffè rubato a metà pomeriggio, ad ogni messaggio provocatorio, ad ogni sorriso. Avevo desiderato i nostri corpi che erano solo nostri.
Poi improvvisamente ci fermammo. Non stavamo più ballando. Fermi a fissarci. Il mondo si spense. Si sentivano solamente i nostri respiri affannati. E poi lo baciai.
Lo baciai perché ne avevo bisogno, perché non avrei resistito a lungo, perché per un attimo volevo sentire il sapore delle sue labbra, averle mie. Volevo sapere come sarebbe stato stato e sapere se anche lui lo desiderava così tanto. Lo desiderava.
Ci stavamo baciando così voracemente, come un'auto in fuga che non si guarda indietro senza fermarmi a nessun semaforo.
I nostri corpi sapevano benissimo come muoversi e le nostre mani dove appoggiarsi.
Si allontanò appena, il suo fiato affannato sul mio viso.
«E questo cos'era?» sussurrò accennando un sorriso.
Sorrisi anche io. «Dobbiamo davvero definirlo? Chiamalo come vuoi» risposi con quel tono di malizia che bastò ad accenderlo di nuovo.
Lo presi per mano e lo trascinai nella stanza affianco. La musica era cambiata. Ora nelle nostre orecchie risuonava una musica latina, sensuale.
I nostri corpi che non volevano saperne di staccarsi. Lo lasciai accomodare delicatamente su uno dei divanetti. Cominciai a ballare davanti a lui a ritmo di quella musica, in quello spazio vuoto che si era creato attorno a noi. Il mio corpo libero nei movimenti mentre il mio sguardo non mollava il suo.
Il messaggio che gli stavo lanciando era chiaro. Guardarmi. Guardami come mai hai fatto prima.
Guarda come sono impazzita per uno come te. Guarda cosa mi stai facendo fare. Cosa sarei disposta a fare per te.
Lui che aveva fatto a pezzi il mio cuore, lo aveva ricucito e ancora sanguinante lo teneva in pugno come un re pronto a governare ogni mia mossa.
Ma in quel momento ero io che avevo il controllo e lo vedevo dal modo in cui mi guardava, con avidità e desiderio e da come il suo corpo si muoveva su quel divano un po' troppo stretto per lui.
Improvvisamente si alzò, stanco di essere uno spettatore passivo. Mi circondò con le sue mani cercando di seguire il ritmo che avevo preso e un secondo dopo lo spinsi di nuovo sul divano, con lentezza appoggiai il mio corpo al suo, reggendomi alle sue spalle.
I nostri corpi chiedevano sempre di più spinti dall'adrenalina che quel momento ci stava dando.
Riprendemmo a baciarci come se non avessimo mai smesso e come se lo avessimo sempre fatto. Corpi sudati che si muovevano ad un unico ritmo e respiri affannati.
«Leo...» una voce alle mie spalle. Era lei.
La ragazza di cui lui era davvero innamorato. La stessa ragazza che lo aveva rifiutato, ma che continuava a cercarlo da mesi. E lui che continuava a rincorrerla ogni volta che veniva a bussare alla sua porta.
La ragazza per cui aveva rifiutato me, ma con cui non aveva mai avuto una storia. La stessa ragazza con cui era venuto accompagnato a quella festa.
Era lei con i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri pieni di lacrime.
Mi voltai appena senza muovermi da dove mi trovavo, la trovavo una posizione comoda, nella sua scomodità.
Lui la fissò per qualche secondo prima che lei scappasse via piangendo.
«Tu... Tu lo sapevi. Sapevi che era qui» urlò con una rabbia mai vista. Si alzò e mi guardò negli occhi.
«Perché lo hai fatto?» mi urlò ad un palmo dal viso. Rimasi seduta senza muovermi di un centimetro. Sorrisi appena. «Questo è il motivo per cui non potremmo mai avere nulla noi due» risposi. Poi mi alzai. Lui non si mosse. Gli feci scorrere un dito sulla mascella in tensione e poi mi avvicinai al suo orecchio con la stessa sensualità e malizia di prima.
«Ricorda che siamo entrambi traditori» sussurrai. «E i traditori non vincono mai».
Gli lanciai un ultimo sguardo e mi allontanai, sapendo che i suoi occhi erano su di me, ma che il mio cuore non gli apparteneva più e non lo avrebbe fatto.
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