Il Blocco dello Scrittore

 Qualche giorno fa scorrendo su Instagram mi sono imbattuta in un post blu con una scritta gigante "Come superare il blocco dello scrittore? Smetti di essere pigro". Mi ha fatto molto riflettere e in qualche modo anche stare male. Se fosse davvero così facile. Se fosse solamente questione di pigrizia, non ci sarebbero così tante persone che rimangono ingarbugliate in questo blocco, senza una via d'uscita e probabilmente non ci sarebbero neanche i corsi o i maestri che aiutano a sbloccarsi. 

Dire "è solo una questione di pigrizia" sminuisce la fatica che sta dietro lo scrivere, che sia anche solo per sé, sminuisce l'atto in sé di scrivere e il duro lavoro mentale che ne comporta. 

Leggere questa frase mi fa rivivere con estremo dolore la mia adolescenza: per il mondo essere una persona grassa è solo questione di pigrizia, "se sei grassa è solo perché tu lo vuoi. Comincia ad andare a correre invece di stare a casa"; così come soffrire di depressione è solo un modo per non uscire di casa e non adempiere ai "doveri" sociali. 

Siamo così abituati alla velocità che se una persona si ferma a riflettere, si ferma perché la stanchezza prende il sopravvento, ecco che subito viene additata come pigra e incapace di reagire o di portare a termine un obiettivo. 

Il mio blocco dello scrittore inizia proprio qui, dalla paura di essere additata. Dalla paura di non potercela fare e da quella voce che nella testa mi dice continuamente di non essere portata, di non essere in grado e che ci saranno sempre persone più brave di me.

Il mio blocco dello scrittore nasce anche dalla cattiveria delle parole. Da quella persona che a 14 anni, nel pieno della mia esplosività creativa e nella mia fase di esplorazione della scrittura mi disse "se mai dovessi pubblicare un libro lo comprerei per leggere le cavolate che scrivi e per farmi due risate". E così dieci anni dopo ecco che appena l'idea di scrivere un libro si fa viva in me, la voce di quella persona ritorna nella mia testa, chiara come la prima volta, che mi dice che non sarò in grado di farlo e anzi, che tutto quello che potrò mai scrivere e/o pubblicare sarà stupido. Che io sono stupida a credere in questo progetto.

Il mio blocco della scrittura non è stato pigrizia, ma stanchezza. Il periodo dell'università è stato uno dei periodi più duri per me. Dopo una giornata di otto, nove e anche dieci ore a studiare, solamente l'idea di scrivere qualcosa mi dava il voltastomaco. Senza contare il fatto che ho trascorso due anni universitari, su tre, in pandemia, nella solitudine di camera mia. Scrivere dopo una giornata intensa di studio voleva dire venire a patti con la mia solitudine, con i miei pensieri e le mie inquietudini. E in quel momento non era esattamente la cosa di cui avevo bisogno. Ripensandoci ora, ne avrei avuto bisogno. Ma per me era troppo. 

Ho frequentato un corso sul blocco che trattava su cosa esso ci vuole dire nelle diverse situazioni e il mio blocco mi parlava, eccome se lo faceva. Quello che mi stava dicendo non era tanto legato alle mie storie, ma a me come scrittrice. A quella sensazione di non essere una scrittrice forte, di aver bisogno di un cambiamento. 

E il cambiamento principale dovevo farlo io, perché quello che mi bloccava era ancora lì, nascosto nella parte più profonda della mia mente, più forte di prima e che inconsapevolmente stava prendendo il sopravvento sul mio modo di vedere la scrittura: la paura di non potercela fare. La paura di stare sognando troppo in grande. La paura di non essere perfetta. La paura del giudizio. Anche solo il pensiero del giudizio di qualcuno a me vicino, che conosco o che ho conosciuto in passato mi blocca completamente. Mi toglie il respiro, perché so che non potrei sopportarlo. Quindi meglio non fare nulla. Meglio rimanere in disparte, non esporsi. Non scrivere più. 

Aver aperto questo blog è stato per me un atto estremamente faticoso a livello di forza di volontà. Quella voce nella mia testa continua a dirmi che forse non ne vale la pena, che è uno sforzo inutile. La stessa voce che non perde occasione di sussurrarmi che le persone che leggeranno i miei post, soprattutto chi mi conosce, i colleghi, gli ex compagni, ma anche la gente del mio paese, leggeranno solamente per farsi una risata, per prendersi giochi di me nei corridoi dell'ufficio o come argomento da bar. 

Ogni volta che scrivo per il blog devo ricordarmi per chi lo faccio. Lo faccio per me e per quel bisogno irrefrenabile di scrivere la verità. Di raccontare il mondo attraverso i miei occhi. La volontà di non mollare tutto all'aria è più forte. E ci sono giorni in cui è più difficile di altri. In cui la mia mente ha la meglio e i pensieri autodistruttivi ritornano. Ma va bene così, fa parte del gioco.

Al caro scrittore super affermato che vende le sue massime su Instagram, vorrei dire che sono arrabbiata.  

Vorrei dire che forse non è solo questione di pigrizia. Che non siamo più negli anni '80 dove tutto era bianco o nero. Che al giorno d'oggi bisogna fare i conti anche con la società. Bisogna fare i conti con la propria mente e le proprie fragilità. Il blocco dello scrittore è importante tanto quanto il processo stesso di scrittura, se non più importante. Perché ci permette di fermarci, di riflettere, di guardarci dentro, di capire dai nostri errori. Permette di migliorarci come scrittori, ma anche come persone. 


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